SU UN POSSIBILE UTILIZZO IDEOLOGICO DI UNA SPIEGAZIONE IPOTIZZATA DI ALCUNI ASPETTI DELLA REALTA’ SOCIALE CAPENATE

Nel post immediatamente precedente si è visto che solo una rappresentazione inadeguata della realtà capenate può portare ad asserire che in essa si rinvengano i tratti caratteristici del fenomeno del “familismo amorale”, e cioè quelle peculiarità di un mondo rurale chiuso e “attufato”, come quello di “Montegranaro”, che portarono il sociologo americano Edward Banfield a parlare di “familismo amorale” con riferimento a un piccolo comune di campagna della Basilicata da lui studiato 71-72 anni fa.
Tale conclusione non muta se si osserva che la nozione di “familismo amorale” è stata poi ritenuta applicabile, in studi successivi, a realtà sociali sparse in giro per il mondo: resta il fatto che gl’indici fenomenologici enucleati dal Banfield, come riportati nello studio del Ferragina a cui si è rinviato nel precedente post, a Capena non ci sono e chi propugna la tesi dell’applicazione della nozione di “familismo amorale” alla realtà capenate fa prevalentemente riferimento, per giustificarne l’applicazione in quel contesto, ad asseriti fenomeni d’illegalità (come l’evasione dei tributi locali) per i quali non esiste alcuna correlazione biunivoca con il “familismo amorale” e che non rientrano tra gl’indici fenomenologici o tratti caratteristici sopra richiamati, come non vi rientra il clientelismo, che non ha correlazione biunivoca con il “familismo amorale”, dal quale è del tutto distinto.
Dobbiamo ora chiederci a quale funzione ideologica può assolvere questa interpretazione errata e fuorviante della realtà sociale capenate.
E’ bene precisare che, parlando di “funzione ideologica”, non s’intende in alcun modo insinuare una possibile “malafede” in chi propugna la tesi dell’applicabilità della nozione di “familismo amorale” al contesto capenate. La funzione ideologica di una costruzione ideale s’identifica, in sostanza, nella razionalizzazione di determinate prese di posizione: il costrutto ideologico s’inserisce, cercando di fornire una base logico-fattuale, in un determinato contesto, segnato da assunti che, in sostanza, hanno natura pregiudiziale rispetto al costrutto ideologico e si presentano come sua conseguenza, quando ne sono in realtà il presupposto. Il processo che porta alla razionalizzazione ideologica è destinato a dare “condivisibilità” e rispettabilità intellettuale ad assunti spesso pre-logici.
Si noti che lo stesso Isaia Sales, storico del fenomeno mafioso, in un articolo già citato nel post precedente – articolo nel quale egli critica aspramente la tesi di Banfield -, ha messo in rilievo la funzione ideologica del costrutto sociologico del “familismo amorale” con riguardo all’utilizzo che ne è stato fatto in relazione alla realtà sociale degli “slums” abitati da afroamericani in città statunitensi.
La funzione ideologica della tesi dell’applicabilità della nozione di “familismo amorale” al contesto sociale capenate può individuarsi a partire dal rilievo per cui tale nozione, riconducendo all'”ethos” di una popolazione un’articolata serie di fenomeni, finisce per “spalmare” su un’intera collettività la responsabilità per essi, necessariamente mettendo oggettivamente in secondo piano la responsabilità delle classi dirigenti, della quale esistono, nel contesto capenate, indizi ben più concreti (per non dire prove) di quelli relativi all’esistenza del supposto “familismo amorale”. Per classi dirigenti intendiamo qui essenzialmente: 1) coloro che esercitano funzioni di governo nell’ente locale; 2) coloro che esercitano funzioni dirigenti-decisionali all’interno delle formazioni politiche locali.
In un contesto nel quale chi esercita funzioni dirigenti-decisionali all’interno di una formazione politica locale decide di cambiarne la collocazione nello scenario locale e di portarla dall’opposizione alla maggioranza e, quindi, di fatto, all’alleanza con lo schieramento di chi esercita funzioni di governo nell’ente locale ed è già in maggioranza – schieramento del quale fa parte anche chi è alla ribalta dell’amministrazione locale da decenni e che porta ovviamente la responsabilità politica di ciò che in questo tempo è accaduto allorquando è stato in maggioranza -, è evidente che la tematica della “responsabilità delle classi dirigenti” deve passare in secondo piano, poiché il sottolinearla  renderebbe assai difficile il giustificare l’alleanza con uno spezzone rappresentativo e significativo di quelle classi dirigenti, al quale sono da ricondurre politiche pur ritenute censurabili. Se, invece, s’introduce una tematica come quella del “familismo amorale”, che sposta il biasimo da gruppi ben determinati o circoscritti di persone (le classi dirigenti) tendenzialmente ad un’intera collettività, risulta, ad esempio, meno difficile giustificare la decisione di una formazione politica locale di passare dall’opposizione alla maggioranza di fatto alleandosi con quanti fino a poco tempo prima erano stati aspramente contestati dai loro futuri alleati. Potrà infatti dirsi che il passaggio del Consigliere Comunale dall’opposizione alla maggioranza consente di avviare finalmente la lotta contro “l’illegalità” e “la mafia” (citazione), intese come morbo che affligge una collettività e come epifenomeni del morbo del “familismo amorale” dal quale quella collettività è afflitta, e si potrà non tener conto allo stesso modo  e nella stessa misura – pur con qualche generico richiamo a responsabilità della “politica” locale – delle responsabilità delle classi dirigenti, inclusa quella loro parte che è al governo dell’ente locale avendo vinto le ultime elezioni comunali.

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