RILIEVI CRITICI SU UNA PROPOSTA INTERPRETATIVA DI ALCUNI ASPETTI DELLA REALTA’ SOCIALE CAPENATE

 

E’ stato fatto riferimento alla nozione di “familismo amorale” per spiegare alcuni aspetti della realtà capenate (ad es. l’evasione dei tributi locali e, più in generale, un asserito disinteresse per la gestione della cosa pubblica).
La nozione di “familismo amorale” deve la sua origine allo studio che nel 1954-’55 un sociologo statunitense compì attraverso un’indagine sul campo in un comunello rurale della Basilicata. Nel 1958 fu pubblicato il libro nel quale egli espone i risultati della sua ricerca – libro che è stato tradotto in italiano con il titolo “Le basi morali di una società arretrata” (orig. “The Moral Basis of a Backward Society”).
Secondo la sintesi del ricercatore italiano a Oxford Emanuele Ferragina (articolo disponibile online su academia.edu), la teoria del “familismo amorale” propone “una spiegazione culturale della mancanza di azione collettiva nel mezzogiorno: la preoccupazione eccessiva dei meridionali per la famiglia nucleare”.
Come riporta la voce in inglese dedicata da Wikipedia specificamente alla surrichiamata opera di Banfield, questi definisce come “amoral familism” “the inability of the villagers to act together for their common good or, indeed, for any end transcending the immediate, material interest of the nuclear family”.
Una prima osservazione è doverosa: la teoria del “familismo amorale” è stata elaborata a partire dall’osservazione, compiuta settanta anni fa, della realtà di un piccolo comune rurale della Basilicata. Ciò deve indurre a cautela e anzi a un tendenziale scetticismo nel valutare la possibilità che quanto osservato dal Banfield possa riscontrarsi in una realtà completamente diversa, come è quella di Capena, che, a trentacinque chilometri dalla Capitale, è un comune che negli ultimi decenni è stato interessato da possenti flussi migratori e non costituisce affatto una realtà rurale tendenzialmente chiusa. E’ possibile che realtà sociali così diverse come il comunello rurale studiato da Banfield nel 1954-’55, da una parte, e la Capena del 2016, dall’altra, possano essere animate da un identico “ethos”, quale è il “familismo amorale”? Ed è possibile eventualmente riferire il “familismo amorale” anche ai recenti immigrati in Capena, e su che basi? Oppure il “familismo amorale” sarebbe una prerogativa dei Capenati, degl’indigeni?
Altra osservazione. Perché possa parlarsi di “familismo amorale” occorre, come viene spiegato nell’articolo di Ferragina, che si riscontri una “mancanza di azione collettiva”, e cioè, in concreto, una fenomenologia comportamentale della quale fanno parte:
– la mancanza di partecipazione sociale, sia formale (partecipazione ad associazioni) che informale (vincoli amicali);
– la mancanza di fiducia, definita sia come fiducia interpersonale (fiducia per la gente all’esterno della propria ristretta cerchia familiare) sia come fiducia istituzionale (fiducia nei confronti dell’amministrazione locale);
– la mancanza d’interesse per la politica, definito in relazione alla frequenza delle discussioni a carattere politico.
Così definita la fenomenologia del “familismo amorale”, appare evidente che essa non si riscontra a Capena.
Può ragionevolmente sostenersi che un paese nel quale alle ultime elezioni comunali si sono presentate cinque liste e nel quale la discussione politica è ben viva, come dimostra anche il social network “Facebook”, sia un paese nel quale vi è “mancanza d’interesse per la politica”? E se fosse una questione di percentuali, bene, può sostenersi che a Capena sia solo una trascurabile percentuale della popolazione quella che s’interessa della politica? E. poiché la percentuale di coloro che si occupano attivamente di politica o quantomeno ne parlano sembra anche più alta tra gli “indigeni” rispetto ai “forestieri”, dovrebbe allora sostenersi che il “familismo amorale” sia una prerogativa degl’immigrati a Capena? E allora che valore avrebbe la teoria, se non spiega il comportamento di chi a Capena è cresciuto?
Può ragionevolmente sostenersi che a Capena vi sia assenza di realtà associative (si pensi a puro titolo d’esempio a Pro Loco, confraternita, formazioni politiche varie, eccetera) e scarsità di relazioni amicali? Può ragionevolmente sostenersi che a Capena vi sia assenza di attività di volontariato (vedi il discorso sulle associazioni)?
Può ragionevolmente sostenersi che a Capena vi sia un atteggiamento di generalizzata diffidenza per tutti gli estranei alla cerchia della propria famiglia ristretta?
Altro punto. Banfield fa derivare dal “familismo amorale” la conseguenza di un tendenziale immobilismo economico e, quindi, una mancanza di sviluppo sotto questo profilo, essendo lo sviluppo economico legato ad un atteggiamento di “fiducia” che va oltre la cerchia della famiglia nucleare. Ora, a Capena uno sviluppo economico, magari distorto quanto si vuole, vi è tuttavia stato (nel settore dei servizi, ad esempio): non è affatto, e ormai almeno da molti decenni, una realtà economicamente immobile o quasi. Ciò è incompatibile con il morbo del “familismo amorale”.
Ancora. Banfield iscrive, tra le caratteristiche dell’ambiente nel quale si riscontra il “familismo amorale”, anche la seguente: “Many attempted to hinder their neighbors from attaining success, believing that others’ good fortune would inevitably harm their own interest” (dalla voce dedicata da Wikipedia all’opera di Banfield sull’argomento). Questo comportamento, che non è semplice “invidia”, ma un attivo operare per impedire il successo altrui, si riscontra a Capena? O non ci sono piuttosto persone che hanno fatto carriera, anche in politica, ad esempio, ma non solo, che non hanno trovato ostacoli da parte dei concittadini (a parte, nel caso della politica, l’opposizione degli avversari politici, ovviamente, che però è altra cosa dall’azione consistente nel “to hinder their neighbors from attaining success”)?
E’ bene ricordare che l’onere della prova, cioè d’indicare elementi empirici a sostegno della propria tesi, ricade su chi la sostiene. Ora, non solo questi elementi mancano, ma, anzi, smentiscono la tesi.
Quanto sopra rilevato non vuol dire sostenere “cazzate buoniste” su Capena, come qualcuno ha scritto, né vuol dire negare i problemi locali. Vuol dire una cosa ben diversa, e cioè che questi problemi non si spiegano con il ricorso alla nozione del “familismo amorale”, la cui applicazione per Capena non trova il minimo fondamento (non basta certo una determinata percentuale di evasione dei tributi locali per parlare di “familismo amorale”: non c’è affatto una correlazione biunivoca tra evasione fiscale e “familismo amorale”, perché i fattori fenomenologici che lo individuano specificamente sono quelli sopra elencati) ma facendo appello a fattori diversi, dei quali si parlerà in un prossimo post su questo blog, quando si cercherà di fare anche chiarezza sulla funzione ideologica alla quale assolve il richiamo alla nozione di “familismo amorale” nel caso di Capena.

Non è inutile, poi, ricordare che la nozione di “familismo amorale” è stata aspramente criticata dal noto storico del fenomeno mafioso Isaia Sales, in un articolo reperibile online sul sito zoomsud.it – articolo dal titolo “Il familismo amorale di Banfield? Pregiudizi e sciocchezze su uno sfondo razzista”. Nell’articolo, che richiama gli studi di Loredana Sciolla e di Emanuele Ferragina, si ricorda che il Banfield svolse funzioni di consulente dei governi repubblicani di Nixon e Reagan negli USA e che, in tale sua veste, “applicò le sue tesi sul familismo amorale agli slums abitati dalla popolazione di colore degli Stati Uniti: causa della povertà non era la discriminazione razziale, ma la cultura degli abitanti di quei quartieri”.

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