CAPENA: FIRME PER DISEGNO DI LEGGE D’INIZIATIVA POPOLARE PER RIDURRE LE RETRIBUZIONI DEI POLITICI

Il “Movimento Politico Civico “I RAGAZZI DI OGGI – GLI UOMINI DI DOMANI”” ha avviato a Capena il 29 gennaio u.s. una raccolta di firme a favore di un disegno di legge d’iniziativa popolare, composto di un solo articolo, con il quale si stabilisce che i politici (Parlamentari, Ministri, Presidente del Consiglio, Consiglieri, Assessori, Sindaci, Presidenti delle Province, Presidenti delle Regioni e “funzionari nominati nelle aziende a partecipazione pubblica, ed equiparati“) non possano percepire “a titolo di emolumenti, stipendi, indennità, tenuto conto del costo della vita e del potere reale di acquisto nell’Unione Europea, più della media aritmetica europea degli eletti negli altri paesi dell’Unione per incarichi equivalenti“.
L’iniziativa legislativa in questione è partita “da un gruppo di normali cittadini, SENZA NESSUN COLORE POLITICO DI PARTITO” (v. il relativo sito Internet www.leggentrp.it)che ha presentato la proposta di legge in questione, pubblicata il 29 settembre 2011 sulla Gazzetta Ufficiale.
In primo luogo qualche rilievo di carattere formale.
Il testo è un po’ approssimativo nella formulazione. Laddove si parla di Governatori delle Regioni, Presidenti delle Province e Sindaci “eletti dai cittadini”, quest’ultima specificazione è superflua e potrebbe essere espunta dal testo, perché, nel sistema elettorale vigente in Italia per Regioni, Province e Comuni, è previsto che il voto vada necessariamente ad uno dei candidati alla carica di Sindaco, o a quella di Presidente della Provincia, o a quella di Governatore della Regione, sicché il Sindaco, o il Presidente della Provincia, o il Governatore della Regione non è più designato sulla base di accordi tra le forze politiche dopo le elezioni, ma viene votato direttamente dai cittadini. L’inciso “eletti dai cittadini” è dunque pleonastico.
Nell’espressione “funzionari nominati nelle aziende a partecipazione pubblica” il termine “funzionari” non sembra appropriato. Esso è generalmente, anche se non esclusivamente, usato per designare burocrati di carriera, quindi non di nomina politica; in più, nel testo sono menzionate le “aziende a partecipazione pubblica”, che sono imprese in forma societaria, nelle quali non esistono “funzionari”, ma, ad esempio, amministratori e consiglieri. Appare poi alquanto generico il riferimento a quegli “equiparati”, che sembra dover intendersi come “equiparati ai funzionari nominati nelle aziende a partecipazione pubblica“.
A parte questi rilievi terminologici, la finalità della legge, cioè l’allineamento delle retribuzioni dei politici, a tutti i livelli, alla media europea, è da condividersi.
Naturalmente occorre essere consapevoli che questo è solo un aspetto – non trascurabile, ma neppure il principale – del problema dei costi della politica, e che il fatto che il politico sia pagato e anche piuttosto bene serve, tra l’altro, ad evitare che l’attività politica possa essere e sia intrapresa solo dagli “ottimati” e sia, invece, di fatto preclusa a coloro che provengono da famiglie di modesta condizione sociale.
Sull’aspetto più rilevante del problema dei costi della politica – quello del finanziamento ai partiti politici – punta i riflettori il bel libro di Elio Veltri e Francesco Paola “I soldi dei partiti. Tutta la verità sul finanziamento alla politica in Italia“, recentissimamente edito per i tipi della casa editrice Marsilio.
In buona sostanza, il libro evidenzia come la gestione del fondi pubblici versati ai partiti politici – la loro quantità sproporzionata rispetto alle spese effettivamente sostenute, pur trattandosi nominalmente di “rimborsi”, i controlli rilassati persino sulla legittimazione di chi li percepisce, la scarsa trasparenza dei partiti sotto il profilo della loro vita economica, a causa anche delle lacune e delle reticenze dei loro bilanci e degli assai poco incisivi controlli sugli stessi – finisca per alimentare gruppi di potere opachi che, interni ai partiti, grazie al controllo dei fondi pubblici ne assumono in buona parte il controllo, sicché ne risulta fortemente vulnerata la stessa democraticità dell’organizzazione partitica.
Vediamo qualche brano esemplificativo e significativo del libro.
Dal 1999 al 2008 i “rimborsi elettorali” sono aumentati del 1.110%. Scrive Giancarlo Pagliarini: “Quasi tutti dicono che bisogna cambiare la legge elettorale, ma non ho ancora sentito nessuno dire che bisogna cambiare la legge sui rimborsi elettorali”. E’ tanto vero che persino nelle polemiche quotidiane sui costi della politica l’argomento viene rimosso e sono diventati pietra dello scandalo le indennità e i vitalizi dei parlamentari. Questo non significa ovviamente che anche questi ultimi, soprattutto i vitalizi, non vadano rivisti. Ma è necessario rendersi conto che essi sono solo la punta di un iceberg. I partiti si trasformano, cambiano nome, ma prendono i soldi lo stesso, senza che i protagonisti sappiano bene perché. La ragione è presto detta: nessuna attività economica rende di più. Le spese di Rifondazione comunista, per la campagna elettorale del 9-10 aprile del 2006, erano state di un milione e 636 mila euro, mentre, in base ai voti ottenuti, i contributi erano di 6 milioni e 987 mila euro all’anno, per i cinque anni della legislatura 2006-2011. In totale 34 milioni 932 mila euro. Quindi 100 euro investiti da Rifondazione sono diventati 2135 euro. Un “ritorno all’investimento” che non si sogna neanche Bill Gates. Per le elezioni del 2008, invece, il record spetta alla Lega Nord: le spese accertate dalla Corte dei Conti sono state di 2 milioni e 940 mila euro e in base ai voti ottenuti il Carroccio ha incassato 8 milioni e 277 mila euro all’anno per cinque anni. In totale 41 milioni 385 mila euro l’anno” (pagg. 76-77).
Dopo aver citato (pagg. 83-84) un brano della famosa intervista rilasciata da Berlinguer a Scalfari nel luglio 1981, quella sulla “questione morale”, chiosano gli autori: “La storia delle mele marce nei cesti di mele sane, della responsabilità dei singoli che fanno tutto da soli, non convince più. Perché, se le responsabilità penali sono personali, quelle politiche ed etiche sono collettive. E quando gli affari diventano corruzione endemica e di sistema, nessuno che abbia qualche responsabilità può tirarsi fuori. Il che non vuole dire affatto che tutti i politici, e nemmeno la maggioranza di coloro, sono corrotti. Vuol dire un’altra cosa: che si convive con la corruzione di sistema anche da parte di chi personalmente non è corrotto“.

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