CAPENA: LA NERA COLTRE DELL’OBLIO

Ciò che conosciamo del passato è una frazione di quanto complessivamente accaduto: quel che non è consegnato al documento scritto (cartaceo o informatico) o fotografico o alla registrazione audiovideo può sopravvivere per via di tradizione orale, ma, estintasi questa, le notizie tramandate, ove non siano state fissate per iscritto attraverso le indagini della cosiddetta “storia orale”, scompariranno irrimediabilmente.
Non sappiamo se da qualche parte, in qualche trafiletto di giornale o in una relazione di servizio delle Forze dell’Ordine non accessibile attraverso gli ordinari canali archivistici, vi si traccia di un episodio che si dice sia accaduto a Capena poco dopo la caduta di Mussolini in seguito al Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943, e cioè la distruzione – da parte di comunisti autoctoni – di una targa che si dice fosse dedicata al Podestà Alberto Renato Barbetti (che l’ufficio di Podestà ricoprì per una decina di anni tra i primi anni ’30 e il 1943), ubicata nei pressi della lapide al suo avo Agostino Barbetti (1816-1884), quest’ultima tuttora esistente, apposta dal Comune di Leprignano nel 1911 sul fronte del Palazzo Barbetti in via IV Novembre, già via della Conca. Insieme con altri episodi che videro protagonisti i protocomunisti locali e dei quali si è trasmessa memoria per mezzo di narrazione orale, come la “sprangatura” della porta del Municipio per protesta contro il Commissario Prefettizio Xella (episodio che pare suscitasse l’ira di Tarquinio Sacripanti, che si dice imbracciasse il fucile per reagire e fosse trattenuto a stento) e un incredibile comizio dal balcone temporaneamente occupato della casa di proprietà di Paolo Alei in via San Luca, essi ci testimoniano, tra l’altro, del magma emotivo, delle situazioni di esaltazione collettiva nelle quali affondano le proprie radici tradizioni politiche che oggi ci appaiono ossificate in rituali di sezione e in burocrazie di partito.
Di altri passaggi della storia locale abbiamo documentazione scritta, che ci consente di ricostruire molte circostanze: si pensi alla quotizzazione ed assegnazione delle terre dell’Università Agraria dopo la seconda guerra mondiale, con tutto il corredo di polemiche che vi furono, oggi probabilmente scomparse dalla memoria collettiva, ma delle quali rimane traccia nei reclami che all’epoca gli esclusi indirizzarono alle autorità competenti.
Oltre agli eventi che attengono al passato rurale del paese e i cui effetti possono dirsi esauriti con il passaggio da un’economia prevalentemente agricola ad un’economia prevalentemente di servizi, vi è un passato che proietta decisamente la sua ombra sul presente ed è quello che concerne le vicende dello sviluppo urbanistico.
Storie di speculazioni immobiliari sviluppatesi tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 hanno generato effetti dei quali risentiamo a tutt’oggi, dopo quarant’anni, per l’ancora incompiuta urbanizzazione di comprensori residenziali sviluppatisi “spontaneamente” in assenza di previa pianificazione territoriale: si pensi a “Pastinacci” e a “Colle del Fagiano”, e non solo.
Ovviamente il tempo trascorso impedisce di perseguire, sotto una qualsiasi forma, le responsabilità connesse al sorgere di situazioni per il cui “recupero” sono poi occorsi decenni.
Vi sono, tuttavia, anche situazioni molto più recenti, le quali ripropongono, senza la rozzezza del passato e con qualche accorgimento, schemi già visti nella storia del territorio, che hanno generato di nuovo gli stessi problemi.
In questi ultimi casi, l’individuazione e la denuncia (beninteso politica) delle relative responsabilità (politiche, per carità) non sono certo inconcepibili o inutili.
Nuovi ostacoli, però, sorgono. Si sa che, come possiamo apprendere dalle cronache, la politica è anche terreno fertile per sconti, condoni, indulti, amnistie, amnesie, anche per il passato prossimo, recente, recentissimo, e magari per l’altroieri.
Se, infatti, sorge la necessità di “guardare in faccia il futuro”, può risultare ormai controproducente volgere lo sguardo al passato e quindi soffermarsi su problemi, per quanto evidenti, di responsabilità (beninteso politica), sollevare i quali può esere ed anzi chiaramente sarebbe di ostacolo a nuovi sviluppi.
Si è responsabili per ciò che si fatto, si risponde di ciò che si è fatto, non di ciò che si farà; la responsabilità, nel senso proprio del termine (rispondere di qualcosa), è un concetto legato al passato.
Così, in nome del presente (che cosa possiamo progettare ora?) e del futuro al quale deve essere rivolto lo sguardo, risulta (implicitamente, ma chiaramente) opportuno dimenticare il passato e le responsabilità che nel passato sono sorte (beninteso politiche).
Sarebbe comodo, per il comune cittadino, eludere le sue responsabilità, magari fiscali, appellandosi al futuro (d’ora in poi farò il bravo): semplicemente non gli è concesso.
Non è così, a quanto pare, per i cittadini investiti di forme di potere politico: in un contesto di scambio tra schieramenti, che magari fino all’altroieri erano avversari politici, può rientrare l’implicito abbuono delle responsabilità (beninteso politiche) eventualmente maturate.

10 Risposte to “CAPENA: LA NERA COLTRE DELL’OBLIO”

  1. boris Says:

    Analisi perfetta che condivido pienamente ma che nulla aggiunge e toglie alla risoluzione dei problemi . Atteggiamento tipico di persone intelligenti che sperano sempre che siano gli altri a metterci le mani .Loro amano osservare e commentare non disdegnando di dare a volte un colpo alle doghe ed a volte un colpo alla botte . Una discesa in campo Mister Trendelemburg ? Che gusto c’è a fare sempre il grillo scrivente?

  2. trendelenburg Says:

    Tra le scelte legittime che un cittadino può fare, per manifestare la propria attenzione a materie di pubblico interesse, vi è quella di esprimere le proprie opinioni con strumenti messi a disposizione dalla tecnologia informatica.
    Premesso ciò, nel concreto, metafore a parte, la “discesa in campo” non può che consistere nell’iscrizione ad un partito politico – ciò che immetterebbe nel consueto circuito che prevede l’appartenere ad una determinata “parte”, il sottostare ad una certa per quanto minimale “disciplina”, l’esporsi a giudizi e insinuazioni, fondati non sul merito delle proposte, ma sulla “fedeltà” ad una determinata formazione politica (hai parlato con quello, ti sei visto con quell’altro, hai scritto a quell’altro ancora, eccetera). Quindi, vi può essere chi preferisce lanciare idee e riflessioni, per quello che possono valere, all’attenzione delle persone di buona volontà, senza lo schermo dell’appartenenza partitica, con i limiti che quest’ultimo comporta e i problemi che può creare, dando magari non il colpo sempre alle doghe o il colpo sempre alla botte, ma, a seconda dei casi singoli, alle une o all’altra.
    Certo, le forze organizzate, come i partiti hanno un grosso pregio, per così dire: possono senza eccessivi timori sollevare anche questioni che possono essere avvertite come sgradevoli per determinati interessi e che, se poste da singoli, potrebbero esporli a taluni rischi. Anzi, questa dovrebbe essere una funzione specifica della “forza organizzata”; e, del resto, alcune formazioni di opposizione a Capena lo hanno fatto, ma non tutte, o comunque certamente non tutte allo stesso modo e nella stessa misura.

    • boris Says:

      Soddisfatto della risposta . Continui allora a pungolare , resti una voce libera, ma esca fuori dal Travaglismo .. La via per il cambiamento non può ‘ essere solo giudiziaria !

  3. trendelenburg Says:

    Oltre alle responsabilità “giuridiche”, il cui accertamento spetta a chi di competenza, vi è la responsabilità politica, che dovrebbe essere attribuita agli avversari politici per quello che si ritiene non vada bene, in particolare per magagne piuttosto serie, che talora hanno magari potuto interessare anche chi di competenza.

  4. Sostiene Pereira Says:

    Caro Trendelenburg, la sua analisi mi sembra assolutamente condivisibile oltre che cristallina. Del resto meglio rimanere una voce libera che appiattirsi sul “servilismo” della stampa italiana, eccezion fatta per il Fatto Quotidiano (non a caso tra i quotidiani più diffusi, senza aiuti di stato). Per essere buoni giornalisti, od opinionisti, le domande scomode bisogna farle, scoperchiare le pentole…ma non è cosa da tutti. Quindi ben venga l’analisi, la memoria storica, il ragionamento circostanziato, il “pungolare” come dice Boris. C’è poi chi ahime scende in campo, molto spesso per propri interessi, anche a Capena (speculum orbis), addirittura c’è chi in nome di non si sa quale “responsabilità” è disposto a scendere a patti col “diavolo”, a stracciare la tessera del suo partito…ma solo per responsabilità, sia chiaro non per qualche “acro”. Ed ecco quindi che la responsabilità politica assume tutto il valore di cui lei parla (ma vale lo stesso per quella giudiziaria, viviamo in uno stato di diritto, ma forse non è chiaro a tutti).

  5. trendelenburg Says:

    L’utente Sostiene Pereira, con acutezza, richiama una delle “torsioni semantiche” alle quali è stato sottoposto nel lessico “politico” contemporaneo il termine “responsabilità”, e cioè, in buona sostanza, l’accezione per la quale il cosiddetto “responsabile” è colui che sorregge, spesso in contrasto con gli orientamenti della formazione politica per la quale è stato eletto e che talvolta abbandona, un potere costituito (governo, nazionale o locale) traballante, impedendone la caduta per evitare il verificarsi di qualche “peggio”. Naturalmente, come mi sembra noti bene l’utente Sostiene Pereira, questa forma di sedicente “responsabilità” genera a sua volta una responsabilità politica, in primo luogo verso gli elettori che hanno votato i sedicenti “responsabili”.

  6. trendelenburg Says:

    Sacrosanta, poi, nel commento dell’utente Sostiene Pereira, la correlazione tra responsabilità giudiziaria e Stato di diritto – ciò che richiama anche il principio di uguaglianza, e cioè il fatto che dinanzi alla legge, cioè dinanzi allo Stato di diritto, tutti sono per definizione (astrattamente) uguali. E’ corrente, oggi, il voler separare la responsabilità “giuridica” dalla politica, nel senso (si dice) che ai politici, alle formazioni politiche, eccetera, non spetta, non compete eccetera, eccetera, e che i politici, le formazioni politiche, eccetera, se mostrassero indebito interesse per certe materie, dimostrerebbero di voler conseguire i loro obiettivi per l'”impropria” via giudiziaria; e giù deprecazioni verso Travaglio, Flores d’Arcais, eccetera. Discorsi ripetuti fino alla noia da quando il controllo di legalità si è fatto più invasivo nei “pascoli” dei politici e da quando persone con seri problemi giudiziari hanno assunto posizioni di primo piano nella politica nazionale.
    Tuttavia, e qui è il senso dell’insistito richiamo nel “post” alla responsabilità politica, quand’anche si voglia rimanere indenni dal “travaglismo”, pure non ci si dovrebbe astenere dal denunciare, in senso lato s’intende, la responsabilità politica dell’avversario politico e sarebbe ben strano se, oltre a disinteressarsi delle responsabilità “giuridiche”, il politico si disinteressasse anche delle responsabilità politiche (peraltro, alcuni delle responsabilità giuridiche e delle vicende giudiziarie si occupano e vi danno risalto, ma concentrano il loro interesse, ad esempio, sui reati contro l’onore e su letterine incaute di assai dubbia rilevanza sociale).

  7. trendelenburg Says:

    Chiedendo venia per la scolasticità del ragionamento, vorrei illustrare più nello specifico la distinzione tra responsabilità “giuridica” e responsabilità politica.
    Poniamo il caso ipotetico del dirigente di un ente locale, di un Responsabile del Servizio che adotti qualche provvedimento discutibile e rischioso, il quale di fatto gli valga l’acquisizione dello status di indagato in un procedimento penale. Poniamo anche in ipotesi che la faccenda non sia bagatellare, ma abbia una certa rilevanza.
    A questo punto, se la cosa in qualche modo viene a galla, qualcuno, magari un avversario politico, potrebbe chiedere all’amministratore: senti un po’, che mi dici di quello che ha combinato quel Dirigente, quel Responsabile del Servizio?
    Se l’amministratore rispondesse “non ne sapevo nulla, non mi sono accorto di nulla”, ciò, ove risponda al vero (ed è peraltro il contrario a dover essere dimostrato, per la presunzione costituzionale d’innocenza), significherebbe ovvia assenza di eventuale responsabilità penale, nella misura in cui le fattispecie d’illecito penale oggetto d’accertamento siano, com’è ordinariamente nei reati connessi con la P.A., dolose e non colpose e quindi imputabili solo a titolo di dolo.
    Tuttavia, quella risposta (ed una risposta dovrebbe pur essere data in sede politica), seppure esclude l’eventuale responsabilità giuridica penale, costituirebbe confessione di una clamorosa responsabilità politica, la quale sussiste anche per semplice colpa: in altre parole, l’amministratore non può esimersi dalla responsabilità politica dicendo che non ne sapeva nulla, perché anzi, così dicendo, egli confessa la propria responsabilità politica. D’altra parte, quest’ultima sussiste indipendentemente dalla responsabilità giuridica e, ove anche fatti non costituiscano illecito penale, ma siano comunque dannosi per la collettività, il loro verificarsi fa sorgere una responsabilità politica.
    Quindi: o l’amministratore dice che era a conoscenza della cosa, cioè che ha sostenuto la cosa oppure che, essendone consapevole, non vi si è opposto, e allora la sua responsabilità è sia politica sia, ove ne ricorrano tutti gli estremi, “giuridica”; o dice che non ne sapeva nulla, e allora v’è comunque una responsabilità senz’altro politica. In ogni caso c’è una responsabilità politica.
    Sempre parlando di scenari ipotetici, la responsabilità politica aumenta esponenzialmente ove episodi non bagatellari dello stesso tipo siano più d’uno; il curioso si chiederà poi per qual motivo il burocrate, apparentemente, pur consapevole (deve supporsi, a meno che non se ne supponga l’incapacità, il che genererebbe comunque una responsabilità politica dell’amministratore) della rischiosità di certe condotte, non temesse di essere scoperto, ripreso, rimbrottato, sottoposto a procedimento disciplinare, o magari addirittura denunciato dall’amministratore, né insomma temesse il venir meno di quel rapporto fiduciario con l’amministratore che per le posizioni apicali è fondamentale per la stessa prosecuzione del rapporto di lavoro.
    Sempre nello scenario ipotetico, suscita perplessità la variante particolare rappresentata dalla formazione politica di opposizione che, a conoscenza di determinati fatti, non ne parla; è evidente, infatti, che la condotta normalmente tenuta da chi è al potere sarà, per quanto possibile, semplicemente di non parlare di certi fatti, sicché l’opposizione dovrebbe sentirsi in dovere di parlarne e di chiederne conto. Il curioso si chiederà il motivo dell’eventuale silenzio dell’opposizione o magari anche solo di una delle formazioni politiche che ne fanno parte: è solo una curiosità, nulla di più, ma è comprensibile e legittimo che, in quell’eventualità, il cittadino si ponga la domanda.

  8. trendelenburg Says:

    Un altro profilo, poi, è quello del principio di uguaglianza. Com’è noto, la Costituzione della Repubblica Italiana, dopo aver solennemente proclamato nel primo comma del suo terzo articolo il principio di uguaglianza formale, nel secondo comma dello stesso articolo mostra evidente consapevolezza dell’esistenza di disuguaglianze di fatto, il superamento o quantomeno l’attenuazione delle quali costituisce una delle finalità che si pone lo Stato italiano, come appare dallo stesso art. 3, 2° comma, della Costituzione.
    Ora, uno degli aspetti attraverso i quali si manifestano le disuguaglianze di fatto è che i “poveracci” o cosiddetti tali sono più facilmente, rispetto a persone appartenenti agli strati superiori della società, tratti a rispondere delle violazioni della legge che essi commettono. Poiché uno dei valori che dovrebbero contraddistinguere la “sinistra” rispetto alla “destra”, supposto che questi “toponimi politici” conservino un senso, è quello dell’uguaglianza, in quanto ritenuto uno dei valori distintivi della “sinistra”, le forze di quest’ultima dovrebbero, tra l’altro, adoperarsi anche più intensamente delle altre affinché tutti i cittadini rispondano nella stessa misura di eventuali condotte che violino la legge e non vi siano nicchie d’impunità o di difficile o improbabile punibilità.

  9. trendelenburg Says:

    Devo tuttavia precisare, in ordine al commento dell’utente Sostiene Pereira, che il presente blog non è, per l’episodicità e la mancanza di continuità dei suoi “post” e per l’erraticità e l’asistematicità degli argomenti, né vuol essere un esempio di “giornalismo”, ma si colloca del tutto al di fuori di tale categoria. Puntualizzata l’improprietà del riferimento al “giornalismo”, deve dirsi che, d’altronde, nel commento commentato dall’utente Boris, la libertà, cui si faceva riferimento, non è quella di stampa, ma la libertà del cittadino non iscritto a formazioni politiche; libertà quantomai preziosa se si pensa – cosa non del tutto improbabile, con i chiari di luna che ci sono – all’ipotesi che un eventuale iscritto ad un partito di sinistra o di centrosinistra scopra che un’opposizione più incalzante ad un’amministrazione di centrodestra la fanno persone della stessa matrice politica e non le persone di opposta sponda politica.

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