UN FILM PER CAPENA

“La casa dalle finestre che ridono” è un thriller con venature horror di Pupi Avati. Il film risale al 1976 e la sua trama, dotata di una certa originalità (pur se ovviamente non bisogna cercarvi una sicura verosimiglianza), s’impernia su un affresco raffigurante il martirio di San Sebastiano in una chiesa rurale di un non specificato paesetto in provincia di Ferrara.
La pellicola presenta alcune peculiarità: ad esempio, il curioso trattamento che vi si fa della figura della maestra elementare (trattamento che ha forse pochi eguali nella storia della cinematografia mondiale); ancora, curiosamente, le scene più “forti” del film (che non è tuttavia un horror vero e proprio, e, quindi, non punta su scene “di paura” o cruente) sono collocate, come assai raramente accade, seppure mai è accaduto nella storia della cinematografia, nei titoli di testa del film, nei quali è rappresentato live il massacro dipinto nell’affresco.
Tuttavia, la caratteristica, che più di ogni altra merita di essere sottolineata e che costituisce un elemento onnipervasivo nel film, è quella della cappa di silenzio che grava sul paesino: tutti i personaggi del posto, come lo spettatore ben presto intuisce, sanno, ma nessuno parla, se non, verso la fine, il “driver” alcolizzato, efficacemente interpretato da Gianni Cavina. L’equilibrio viene inoltre rotto dal restauratore dell’affresco (il protagonista maschile, interpretato da Lino Capolicchio), che non è del posto, mentre il suo amico, Antonio Mazza (interpretato dal caratterista Giulio Pizzirani), anch’egli probabilmente non indigeno, non fa in tempo, poiché viene eliminato quasi subito.
A differenza, ad esempio, della anonima città (Roma?) di “Profondo Rosso” (1975), mero sfondo scenografico alle ossessioni private dei personaggi del film di Argento, il contesto ambientale nel film di Avati è parte integrante ed essenziale della trama e viene ritratto con grande efficacia “sociologica”, con la raffigurazione di modelli comportamentali tipici dei paesi di provincia.

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