CONSIDERAZIONI IN MERITO AD UN INTERVENTO DEL CONSIGLIERE REGIONALE ANTONIO PARIS

E’ stato pubblicato il 20 dicembre 2011 sul blog del sito personale del Consigliere Regionale Antonio Paris (www.antonioparis.net) il testo dell’intervento tenuto dallo stesso in aula sulla legge regionale di bilancio 2012. Scritto con ammirevole chiarezza e con il nitore stilistico proprio del Paris, esso contiene una difesa del ruolo della politica e merita un’analisi per le argomentazioni che propone al riguardo; sembra quindi opportuno citarne anzitutto i passi salienti, che riporteremo tra virgolette qui di seguito.
“Basta ai giustizialismi, all’antipolitica, basta a quelli che accusano la casta, a quelli che si riempiono la bocca degli sprechi e dei privilegi. A tutti questi io dico: avete torto.”
“La democrazia italiana, un po’ acciaccata forse, ma sempre democrazia e sempre umana. Una umanità che né i fondi di investimento internazionali né le agenzie di rating possono vantare.”
“E’ la politica ad essere parte del Paese. La parte che lo difende dall’ingiustizia all’interno e dai profittatori e dalla concorrenza dei così detti partner europei e internazionali all’estero.”
“[…] lento sgretolamento dei diritti dei cittadini di fronte ai poteri non eletti della finanza e dell’economia.”
“Ci vogliono spiegare che nel mercato ciò che succede, succede per necessità. Balle. Menzogne. L’economia internazionale non ha leggi. Ha solo interessi. E bassi per lo più.”
“E se la politica non conta e gli Stati sono, di conseguenza, deboli, allora vincono loro e perdono i cittadini.”
“[…] chi continua a puntare il dito sui “costi della politica” nasconde, inquina e avvelena la verità irrefutabile che la politica serve e che difende i cittadini da quelli che guadagnano non ventimila euro al mese, ma ventimila Euro al minuto e vivono nelle loro torri a New York, a Londra, o a Hong Kong decidendo quanto prenderà un operaio di pensione minima, quanto costerà a voi il mutuo, quando e se la valuta e lo stipendio che avete preso fino al giorno prima varranno anche il giorno dopo. Non è ai vitalizi dei politici che vanno imputati i debiti dello Stato e non sono quelli che devono essere tagliati per primi, quanto invece quegli spread che i signori della finanza fanno danzare come scimmiette alla catena spostando migliaia di miliardi come si sposta un portacenere da una lato all’altro del tavolo.”
” […] lo dico – qui ormai senza più rabbia ma con la forza di chi è accusato di un’ingiustizia e sa che a commetterla è stato un altro – a tutti coloro che vanno cianciando di auto blu e non hanno mai visto né vedranno mai neppure in foto quelli chi gli hanno fregato anche la camicia.”
“[…] la gente ha bisogno della politica, perché senza politica non ci sarà più nessuno rimasto a difenderlo [il Paese].”

La trama portante del discorso è chiara: il politico – inteso essenzialmente (così par di comprendere) come politico di professione – è per così dire un difensore civico della gente comune contro i poteri “forti”, individuati essenzialmente nella finanza internazionale, nonché un tutore degl’interessi nazionali contro quelli dei produttori esteri e il garante di una certa giustizia distributiva all’interno. Da questo consegue che chi attacca i politici e la politica fa, magari senza rendersene conto, il gioco di quei poteri che mirano a sbarazzarsi della politica per poter esercitare un predominio incontrastato e che trovano espressione nel governo “tecnico” che attualmente regge l’Italia, nei confronti del quale il Paris non lesina nel suo intervento rilievi critici.

Quanto può ritenersi attendibile il quadro dipinto dal Paris nel discorso di cui sono stati sopra citati alcuni brani?

Un primo punto che desta perplessità è il seguente. La situazione di soggezione dell’Italia nei confronti dei marosi dei “mercati finanziari” è in stretta connessione con l’enorme stock di debito pubblico italiano accumulatosi nel corso degli ultimi decenni: in altre parole, l’influenza e il potere di condizionamento dei “mercati finanziari” è proporzionale alla quantità di debito pubblico accumulato e alla conseguente necessità di rifinanziarlo ed eventualmente addirittura espanderlo, pagando interessi nella misura necessaria per poter ottenere/riottenere il prestito, cioè nella misura stabilita dal mercato sul quale sono offerti i titoli rappresentativi del debito pubblico statale italiano.

Domanda: come si è formato in Italia questo immane debito pubblico?
Possiamo trovare qualche utile indicazione al riguardo nel testo di Alessandro Wagner “Due milioni di miliardi. L’incredibile ma vera storia del debito dello Stato”, pubblicato nel 1993, in piena Tangentopoli, da Mondadori. Citiamo alcuni brani significativi.
“Il debito pubblico elefantiaco raggiunto dallo stato italiano nasce, fra il 1970 e il 1975, quando l’Italia attraversò una fase non condivisa da nessun altro paese occidentale, e per quattro o cinque anni di seguito i bilanci dello stato chiusero con un saldo corrente negativo anche al netto degli interessi. Tradotto, significa che, anche senza tenere conto degli interessi da pagare sul debito, e delle spese per investimenti, cioè considerando solo le spese di funzionamento dello stato, le entrate non erano sufficienti a coprirle. Il gene del debito pubblico italiano risiede anzitutto in questo saldo negativo dei primi anni Settanta” (pagg. 5-6)
“[…] il protagonista di questo racconto, un debito pubblico di 2 milioni di miliardi, non è una maledizione caduta dal cielo ma il risultato matematico dell’operato di una classe di governo” (pagg. 6-7)
“[…] il debito pubblico nel 1983 aumentò di 94mila miliardi, e si attestò a quota 456mila. Avrebbe continuato a gonfiarsi per tutti gli anni Ottanta per arrivare nel ’93 alla soglia, allora inimmaginabile, di due milioni di miliardi. In altre parole, l’occasione fornita dagli anni dell’abbondanza è stata sfruttata dalla classe di governo alla rovescia: per spendere sempre di più e compromettere ulteriormente il futuro con impegni del tutto incompatibili con le risorse. Con un divario grottesco fra l’entità irrisoria degli investimenti per un domani migliore, come i 17 miliardi per combattere l’evasione fiscale, e quelli spesi a piene mani per garantire un domani peggiore, come i 7mila miliardi di fondi di dotazione di cui furono muniti quell’anno Iri, Eni ed Efim, ai quali questa somma bastò giusto per pagare gli interessi sui debiti” (pag. 19)
“Per non parlare del dissesto dello stato sociale, un sistema che per decenni ha mandato in pensione centinaia di migliaia di quarantenni e che domani non potrà più pagarne una decente a chi ha versato contributi per una vita” (pag. 19)
“Il debito pubblico è quindi figlio della politica, e in quel momento era figlio di dieci anni durante i quali “meno della metà delle spese è stata finanziata con imposte, che distruggono il consens, e si è finanziato il consenso con il disavanzo. Il parlamento è diventato la stanza di compensazione attraverso cui i vari gruppi d’interesse riceveranno le loro parti di benefici e privilegi”. Così parlava in quel gelido inverno dell’83 Franco Reviglio, che stava per diventare presidente dell’Eni, dopo essere stato ministro delle Finanze sino a un anno e mezzo prima. Un’analisi limpida: attualizzata, significa che per rimanere vent’anni al potere, una classe politica ha addossato 2 milioni di miliardi di debiti a una nazione” (pagg. 19-20)
“Quella dei due milioni di miliardi del debito pubblico italiano è dunque una storia squisitamente politica […]” (pag. 20)

Il testo di Wagner si dilunga poi nel descrivere, anno per anno, i numerosissimi rivoli o fiumi o impetuosi torrenti attraverso i quali le risorse pubbliche erano mal spese, se non proprio dissipate. Solo una breve citazione del ricchissimo materiale, dedicata alla sanità pubblica:
“Anche parlare sempre di sanità è un po’ noioso. Ma non è colpa nostra se una gran concentrazione di sperpero e di marcio di stato si è sempre annidata qui. Il 1985 infatti si aprì con una denuncia del procuratore generale della Corte dei conti, Raffaele Cappiello, che durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario usò ripetutamente proprio questo termine, sperperi; e che denunciò un sistema condizionato da “irregolarità legate a fatti criminosi”, da una disinvolta attività contrattuale (delle unità sanitarie ma anche di tutti gli altri enti decentrati di spesa), e da un’allegra gestione costellata di viaggi studio all’estero […] In quel momento la Corte stava controllando, a posteriori, i bilanci delle Usl; per poi dichiararne irregolari nove su dieci. Ne emergeva una precisa casistica degli sprechi e delle occasioni di malaffare: interi magazzini di medicinali lasciati scadere, apparecchiature sofisticate che nessuno sapeva usare, appalti irregolari, quasi sempre a trattativa privata; straordinari astronomici e indennità di ogni tipo al personale, che spesso si distingueva per assenteismo […] (pagg. 87-88).

Se questi dunque sono i precedenti, oggi, nell’anno di grazia 2012, appare difficile non considerare molto criticamente il tentativo dei politici, o di alcuni tra essi, di (ri)proporsi come difensori della gente comune da quei “poteri forti” che, detenendo i titoli del debito pubblico italiano, finiti in misura crescente negli ultimi lustri ad investitori esteri, hanno il coltello dalla parte del manico proprio grazie a decenni di gestione pervicacemente irresponsabile delle risorse pubbliche da parte della classe politica italiana. Peraltro, va notato che Storace, al quale Paris fa riferimento dicendosi totalmente d’accordo con il suo intervento, ha recentemente presentato, in materia di abbattimento dei costi della politica, una proposta, che, salvo errore, contempla il dimezzamento degli “stipendi” dei consiglieri regionali.

Paris poi afferma che da trent’anni la politica è sotto attacco e che da trent’anni il Paese (l’Italia) arranca, adombrando dietro questi attacchi alla politica, che hanno trovato espressione anche nella stagione della cosiddetta “Tangentopoli”, l’influenza di “quei poteri non eletti che scalpitano per prenderne il posto e guidare il Paese”.
La tendenza a vedere dietro “Tangentopoli” l’ombra di “poteri forti” – USA e/o finanza anglosassone oppure, secondo una versione casereccia, una Magistratura che deborda dai limiti assegnatile dalla Costituzione – è ricorrente ed è condivisa negli ambienti più disparati, dai berlusconiani più spinti a molto seriosi ambienti settari postneooltremarxisti che trovano espressione in blog “di nicchia” che navigando sul Web si possono reperire e per curiosità consultare.
Ma in Italia che cosa succedeva, prima che scoppiasse “Tangentopoli”, senza escludere ovviamente che vicende simili siano accadute anche dopo il ciclone “tangentopolitano”?
Di esemplificazioni potrebbero farsene a migliaia, ma scegliamo una vicenda emblematica, traendola dalla motivazione di una sentenza assolutoria pronunciata il 24 settembre 1999 dalla Corte d’Assise di Perugia in un complesso caso di omicidio rimasto irrisolto e pubblicata in “Dossier Pecorelli”, a cura di Sergio Flamigni, Milano 2005 (il procedimento per omicidio si chiuse senza alcuna condanna, ma la sua istruzione consentì, nel ripercorrere vicende delle quali si era occupata la vittima, di ricostruire alcuni fatti interessanti).
“[…] che l’Italcasse fosse la “cassa” dei partiti di governo e dei gruppi, con i loro sottogruppi, emerge dalla lettura delle carte processuali da cui si evince una costante e sistematica erogazione di denaro da parte della Italcasse a quei partiti e a quei gruppi a essi collegati (vedi le contestate falsità in bilancio per le obbligazioni Enel da cui si evince la corresponsione, tramite assegni circolari di L. 5 milioni e L. 10 milioni alla Dc, al Psi, al Pri, al Psu), la concessione di rilevantissimi crediti ai fratelli Caltagirone (i quali avevano beneficiato di credito, nell’anno 1975, per complessivi 209 miliardi senza garanzie e istruttoria e senza che essi ne avessero titolo perché operavano nel campo dell’edilizia, disciplinato dallo specifico settore del credito edilizio con le garanzie connesse a tale settore dell’attività economica), al gruppo Sir-Rumianca (che aveva beneficiato di credito per 216 miliardi come anticipazione di contributi della Regione Sardegna e della Cassa per il Mezzogiorno, senza istruttoria della pratica né documentazione alcuna e facendo riferimento solo ai pareri di conformità del ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno)” (pag. 89)
Più in particolare, nella sentenza della Corte d’Assise di Perugia si ricostruisce nel dettaglio la vicenda di un finanziamento concesso a società del gruppo Sir, che faceva capo all’Ing. Nino Rovelli.
Si parte da “un ulteriore finanziamento richiesto in data 30 aprile 1975 dalle società del gruppo facenti capo alla Sir dell’ing. Rovelli all’Imi. Tale richiesta, al pari delle precedenti, è stata immediatamente avallata in assenza di istruttoria tecnica e nella consapevolezza degli organi dell’istituto che le società del gruppo Sir erano ormai in stato di decozione […] la richiesta di finanziamento per mille miliardi era immediatamente inoltrata al Ministero per gli Interventi straordinari per il Mezzogiorno per ottenere il previsto parere di conformità, senza il quale non si poteva accedere ai finanziamenti agevolati e ai contributi a fondo perduto. Qui giungeva in data 16 maggio 1975 e protocollata in data 21 maggio 1975 presso gli uffici tecnici del predetto ministero […] per l’istruzione tecnica: ma, prima ancora che tali uffici provvedessero all’esame della pratica, essa veniva immediatamente richiesta dalla segreteria particolare del ministro, il quale nel giro di due o tre giorni rilasciava il richiesto parere che veniva immediatamente comunicato agli enti interessati […] Dei pareri di conformità rilasciati […] quello che qui interessa particolarmente è quello relativo alla società Siron spa […] La Siron spa, in forza di tale parere, aveva chiesto un prefinanziamento all’Italcasse offrendo a garanzia del rimborso la delega all’incasso sui futuri contributi a fondo perso o all’erogazione del credito agevolato. L’Italcasse erogava nel gennaio un credito di L. 20 miliardi (come già detto illegittimo sotto il profilo amministrativo perché contrario al regolamento dell’istituto) alla Siron. Parte di tale credito, pari a L. 4 miliardi, veniva inserito nella contabilità della Sir e, con un giro vorticoso di operazioni, nella contabilità di altre società del gruppo Sir al fine di pagare gli interessi sulle obbligazioni da esse emesse e che forniranno la provvista degli assegni che arriveranno anche nelle mani di […] Come si vede, vi è una stretta correlazione tra parere di conformità rilasciato […], concessione di un finanziamento da parte dell’Italcasse sulla base di tale parere di conformità che di esso era il presupposto necessario, e la percezione da parte di […] di una somma di denaro che per il potere di acquisto della moneta all’epoca dell’elargizione era ingente” (pagg. 97-99).

Lo stesso Aldo Moro, nel “Memoriale” scritto nel periodo della sua prigionia, fa cenno allo “sconcio dell’Italcasse”, che qualifica “grande elemosiniere della D.C.” (cfr. S. Flamigni, “”Il mio sangue ricadrà su di loro”. Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle BR”, Milano 1997, pag. 265).

La vicenda è assai significativa e sembra assai difficile credere che, se poi qualcosa è venuto a galla facendo scoppiare “Tangentopoli”, ciò sia dovuto a mestatori stranieri e non ad una corruttela che aveva raggiunto e superato il livello di guardia, non più sostenibile in un periodo di austerità e di stretta economica.

C’è un secondo profilo, sotto il quale il discorso di Paris potrebbe destare perplessità.
Il riferimento ai “poteri forti” nemici della gente comune, che da essi sarebbe sbranata se non fosse difesa dai politici, rischia di apparire eccessivamente funzionale ad un’autodifesa del ceto politico e ad una salvaguardia del livello di spesa previsto per la politica. Un intervento nel corso del dibattito sulla legge regionale di bilancio ha ovviamente i suoi limiti, ma non ci sembra, in quello che stiamo prendendo in esame, che vi sia qualche concreto cenno alle iniziative da prendere per contrastare i “poteri non eletti”, al di là della polemica con chi attacca i politici e se la prende con i politici.
Che cosa occorrerebbe fare? Si “ristruttura” il debito? Occorre intervenire sulla sovranità monetaria, restituendola agli Stati e togliendola alla Banca Centrale Europea? Occorre introdurre un controllo politico sulle banche centrali? Occorre introdurre una regolamentazione assai più restrittiva circa strumenti finanziari come i cosiddetti “derivati”? Che cosa fare a fronte della liberalizzazione dei movimenti di capitali? Che atteggiamento prendere in concreto a fronte di poteri privati, come le agenzie di rating, suscettibili d’incidere pesantemente, con i loro giudizi, sulle prospettive economiche degli Stati? E visto che il focolaio dell’infezione è rappresentato dalla finanza (banche d’affari) anglosassone, è il caso forse di rivedere anche qualcosa nei rapporti politici con gli USA e i loro cani da riporto britannici, la scelta di collaborare nella “esportazione della democrazia”, con le connesse spese, e l’ospitalità che a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale si continua a dare alle forze armate americane? O si deve ritenere che indennità, prebende e vitalizi corrisposti ai politici italiani fungano da sufficiente premio assicurativo pagato dai cittadini per garantirsi dal rischio delle bastonate che assesterebbero loro, se fossero liberi di agire, i “poteri forti” non eletti?

Il discorso, quindi, è complesso.

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