RIFLESSIONI POCO WEBERIANE SUL CEMENTO DELLA COOPTAZIONE

Sono diversi i segnali di una certa sclerosi della classe dirigente locale a Capena: tra di essi, anche e soprattutto, fenomeni che, sotto certi aspetti, possono interpretarsi come reazioni alla mancanza di ricambio.

Dopo il decennio del “bipartitismo” (1999-2009), con due tornate elettorali (1999 e 2004) nelle quali  a Capena si sono presentate due sole liste, alle elezioni comunali del 2009, a parte la pressoché insignificante “Viva l’Italia”, si sono presentate quattro liste, con un aumento del 100% rispetto al 2004 e al 1999. Questo aumento delle liste è il chiaro segnale dell’esistenza di una vasta platea di persone che non solo e non tanto si sentivano (si sentono) non adeguatamente “rappresentate” dalle formazioni già esistenti, ma, anche e soprattutto, volevano (vogliono) in qualche modo “contare” o partecipare e non ritenevano (non ritengono) di poter farlo attraverso i canali tradizionali. Detto in altre parole, questa fioritura di liste è anche un segnale d’insofferenza verso una tendenziale mummificazione o imbalsamazione della classe dirigente locale – mummificazione o imbalsamazione sentita come “ostruttiva” delle potenzialità di partecipazione ai processi decisionali, tanto da dar luogo al formarsi di nuovi “canali” di partecipazione alla vita politico-amministrativa.

La stessa attuazione del disposto statutario del Consiglio Comunale dei Giovani, avvenuta, a quanto sembra, non per iniziativa spontaneamente assunta dell’Amministrazione, ma in seguito a reiterate richieste e dopo molti anni nelle quali comunque la previsione al riguardo contenuta nello Statuto era rimasta sulla carta, dimostra, probabilmente, l’esistenza di energie che sentivano (sentono) di non poter trovare adeguati sbocchi nel quadro degli strumenti e dei canali tradizionali di partecipazione. 

Un rilievo particolare ha, nel campo della (apertura della) partecipazione ai processi decisionali politici, la problematica legata alla presenza femminile, decisamente carente a Capena nelle file della maggioranza. In effetti, circa questo aspetto occorre rilevare che, da parte della sinistra, è stato fatto senz’altro qualche passo in più; sembra anche significativo il fatto che, mentre a sinistra è concepibile il caso di mogli che assumono il ruolo politico dei mariti, e ciò di fatto si è anche verificato, dall’altra sponda dello schieramento politico questa eventualità non sembra seriamente pensabile, seppur si ritenga eccessivo il dire che il ruolo del coniuge paia esplicarsi essenzialmente nella claque plaudente ai comizi conclusivi della campagna elettorale.   

E’ stata più volte rimarcato il matusalemitico mezzo secolo di età media della lista civica vincitrice alle elezioni comunali del 2009 e il diuturno periodo di membership in Consiglio Comunale che hanno alle spalle diversi dei suoi esponenti di spicco: in un caso tale periodo ebbe inizio un abbondante quarto di secolo fa, in altri nel 1990, con o senza soluzioni di continuità; il più giovane degli attuali componenti la Giunta Comunale siede in Consiglio ininterrottamente dal 1999. Naturalmente potrà osservarsi che l’elezione in Consiglio Comunale dipende pur sempre dal consenso ricevuto, ma la considerazione del fatto che molti hanno deciso di mangiare ripetutamente una certa minestra non deve andar disgiunta dalla considerazione del potere che a monte ha chi può decidere il menu da sottoporre agli elettori: si tratta della frazione oligarchica del processo “democratico”, per incidere sulla quale è stato proposto il metodo delle cosiddette “primarie”, finalizzato ad introdurre un elemento di democrazia diretta anche nella scelta del menu.

E purtuttavia non può dirsi che, anche all’interno della classe dirigente-decidente, manchino a Capena facce nuove. Naturalmente il metodo di selezione delle facce nuove non può che essere, come altrove, di tipo cooptativo, e cioè rimesso all’insindacabile giudizio di chi detiene già quote di potere (non solo e non necessariamente formale, ma anche e comunque) reale: è pur vero che, a differenza di quanto accade per il Parlamento, l’elezione nelle amministrative, come sopra già rilevato, è condizionata alle preferenze ottenute, dunque al consenso conquistato, ma, a monte, vi è pur sempre la “strozzatura” relativa all’accesso alla lista che si presenta alle elezioni, cioè alla candidatura.

Qualche riflessione generica e generale sulla cooptazione non sarà inutile.

Parlando in generale, la cooptazione della faccia nuova non può che presupporre l’affidabilità della stessa: chi detiene il potere di cooptare deve emettere un giudizio, che verte appunto su tale qualità.

Quali sono, parlando in generale, i parametri del giudizio di affidabilità? Si tratta di un giudizio complesso, ma, parlando in generale, uno tra i suoi parametri più sicuri risiede nell’esistenza di un debito di gratitudine in capo al cooptato nei confronti dei cooptanti: un debito siffatto rappresenta il più sicuro cemento della cooptazione.  

Il debito di gratitudine può avere le radici più varie: nel campo logico dei possibili, al riguardo si spazia dalle illuminazioni ideal-ideologiche che il cooptato ritiene di aver ricevuto dal cooptante (non potrebbe essere il caso del Bondi fulminato sulla via di Arcore?) a pedestri questioni di ordine materiale, concernenti, ad esempio ed in via ipotetica, l’utilizzo di terreni agricoli, volti a destinazioni residenziali o addirittura artigianal-commerciali, con coinvolgimento diretto del cooptato o, in alternativa, del suo coniuge. 

In casi ipotetici come quelli da ultimo delineati, il cemento della cooptazione assume una declinazione non metaforica.

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