CAPENA: PARALIPOMENI POPPERIANI A UNA TEORIA GENERALE DELLA DISCONTINUITA’

Merita qualche altra considerazione il contenuto della parziale trascrizione che della discussione del punto n. 3 all’o.d.g. del Consiglio Comunale del 17 febbraio 2011 ci viene offerta nella sezione “In Comune” del sito Internet del “Movimento Capena Anno Zero”.

Lo spunto per ulteriori considerazioni a mo’ di paralipomeni ci viene dato da un passaggio dell’intervento della Consigliera Angela Montereali, laddove ella dice “non diciamo che cosa ha scritto“, facendo riferimento alla lettera con la quale è stata rimessa la delega assessorile al Personale da parte dell’Assessore alle Attività Produttive (e già al Personale, ovviamente). Per qual motivo la Montereali non ha fatto riferimenti specifici al contenuto della lettera? In fondo essa non tratta di faccende private, ma di una vicenda che riveste pubblico interesse, ed ha anche quel carattere “formale” che in un certo senso inerisce ad una comunicazione che porta con sé effetti quali la remissione di una delega assessorile nelle mani del Sindaco. Temeva forse la Montereali “conseguenze”o ” responsabilità”, quali, secondo il resoconto, sarebbero state genericamente prospettate anche nel caso di errata interpretazione del pensiero altrui?

Nei prolegomeni a una teoria generale della discontinuità abbiamo già notato come la prospettazione di tali non meglio definite “conseguenze” o “responsabilità” si accompagni ad una situazione nella quale il testo che reca con sé il pensiero della cui interpretazione si dibatte non sia offerto alla conoscenza del pubblico, tacendo sul punto, sia pur probabilmente per diversi motivi, tanto la Montereali quanto il suo interlocutore.

Ci sovviene ora di quello che il filosofo della scienza Karl Raimund Popper (1902-1994) indicava come il “criterio di demarcazione” tra scienza e non scienza: la falsificabilità. In altre parole, perché una teoria possa dirsi “scientifica”, occorre indicare fatti l’accadere dei quali dimostra l’erroneità della teoria. Per Popper, ad esempio, la filosofia marxistica della storia e la psicoanalisi non sono teorie “scientifiche” in quanto non sono falsificabili: detto in altre parole, perché si prestano ad adeguarsi, con aggiustamenti ad hoc, alle più diverse occorrenze fattuali.

Tornando ora a noi, e cioè all’interlocuzione sviluppatasi in occasione della discussione sul punto al n. 3 dell’o.d.g. del Consiglio Comunale del 17 febbraio 2011, notiamo, alla luce dei concetti sopra assai sommariamente accennati, alcune caratteristiche meritevoli di nota. Ci troviamo, infatti, in presenza di un discorso sull’esattezza o meno di un’interpretazione senza che si sappia che cosa materialmente dica il testo da interpretare: in altre parole, la “pubblica opinione” non è neppure posta in grado di sapere di che cosa si stia parlando, poiché nessuno dei due interlocutori informa circa l’oggettività del testo.

E’ evidente, allora, che siamo in una sfera nella quale non operano e non possono operare né il criterio di falsificabilità, perché non può essere falsificata l’interpretazione di un testo se non si conosce il testo interpretato, né il principio di verificazione, perché non può essere verificata l’adeguatezza e la correttezza dell’interpretazione di un testo che è sconosciuto. Si ha dunque una peculiare situazione, nella quale, come è stato già notato nei prolegomeni, l’autore del testo invoca, in una sorta di “a priori”, il possesso di determinate qualità soggettive per conferire inoppugnabilità e indiscutibilità all’interpretazione che egli dà delle sue proprie dichiarazioni. Una riflessione appena attenta scorge in questo ragionamento un doppio taglio: se, infatti, l’autore del testo ha qualità tali da non poter essere ragionevolmente equivocato, perché la Montereali offre un’interpretazione errata delle sue dichiarazioni? Ecco allora che la posizione dell’interlocutore della Consigliera svela un nuovo aspetto: egli, che si vorrebbe in qualche modo potenzialmente denigrato dai pretesi errori interpretativi altrui sì da prospettare conseguenze e responsabilità a carico degli erranti, a sua volta prospetta la situazione con considerazioni che nell’articolarsi delle loro implicazioni si mostrano in potenza implicitamente discreditanti per l’interlocutrice, perché, se le dichiarazioni rese sono considerate e propugnate come tali da poter sottrarsi a errori interpretativi, ciò equivale in pratica a sostenere nella fattispecie o la malafede dell’interprete, che volutamente distorce ciò che pur ben capisce o ha comunque la possibilità di agevolmente capire, o la sua insufficienza intellettuale, che le impedisce di comprendere ciò che si vuol immediatamente e indubitabilmente comprensibile nel senso voluto e autoritativamente indicato da chi ha reso le dichiarazioni.

Questo stile di discorso pubblico, nel quale chi ascolta è invitato a, per dirla alla latina, praebere rectam aurem pur senza sapere di che cosa si stia parlando può trovare analogie. Si pensi ai seguenti casi, che si prospettano in via d’ipotesi:

1) si fa riferimento a lettere anonime delle quali l’uditorio nulla sa e nulla può sapere, poiché, se anche ne chiedesse copia, questa non sarebbe rilasciata;

1-a) si fa riferimento a lettere anonime sconosciute all’uditorio per insinuare che esse provengano da determinati ambienti e si pretende di dedurre ciò dal fatto che tali anonimi non parlano di situazioni che rimangono del tutto genericamente accennate e non specificate e di società commerciali che rimangono del tutto genericamente accennate e non specificate;

2) si fa riferimento a procedimenti contenziosi dei quali l’uditorio nulla sa e nulla può sapere, perché, se anche chiedesse documentazione al riguardo, questa non gli sarebbe fornita;

2-a) si fa riferimento a tali procedimenti per sostenere che una delle parti quasi immancabilmente vince, mentre le controparti quasi immancabilmente perdono e, in sostanza, non fanno che far perdere tempo al quasi immancabile vincitore;

3) si fa riferimento a comunicazioni epistolari elettroniche intercorse tra terze persone, senza dire quali siano tali persone, che cosa si siano dette e come si sia venuti a conoscenza di tali comunicazioni;

3-a) si fa riferimento a tali comunicazioni epistolari, delle quali l’uditorio nulla sa, per insinuare che in tali comunicazioni s’incarni un atteggiamento di complicità in fatti illeciti;

4) si fa riferimento ad episodi che sono qualificati come idonei a dar luogo a conseguenze penali, senza specificare in che cosa tali episodi siano concretamente consistiti e senza specificare se esistano elementi che consentano di ascrivere a qualcuno la responsabilità di tali episodi, aggiungendo inoltre che non saranno intraprese iniziative per attivare il procedimento di accertamento della rilevanza penale di tali episodi e delle relative responsabilità;

4-a) si fa riferimento a tali episodi, dei quali l’uditorio non sa nulla, per insinuare che essi siano da attribuirsi a determinati ambienti, esplicitamente stigmatizzati nello stesso contesto solo per responsabilità di natura morale.

Le esemplificazioni astratte e ipotetiche sopra fatte individuano uno stile di discorso pubblico che tendenzialmente si sottrae sia alla falsificazione popperiana, sia alla verificazione positivistica, per puntare, invece, ad un effetto performativo consistente nell’ispirare una forma di metus reverentialis.

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